Prato In Toscana, il miracolo del distretto tessile anni 60 ( documentario Rai )

Prato in Toscana -anno 1967- come eravamo- il perche’ di un miracolo economico                                                                                                                                     Ogni giorno, ognuno di noi ha a che fare con i tessuti, per vestirsi, per mangiare, per lavarsi, per dormire, tutti diversi e con scopi differenti, ma utili, indispensabili nel quotidiano.Prato,Toscana,Doumentario rai ,1967,come eravamo,distretto,tessile,anni 60,storia ,personaggi,telai,cenci,Gabriele D'Annunzio,Curzio Malaparte,miracolo pratese,Marco Datini,
C’è una città in Toscana che è la regina del tessile che ha dedicato, e tutt’ora dedica, a questo tutta la sua vita lavorativa.
La specializzazione di Prato nelle produzioni tessili risale al XII° secolo quando le produzioni di panni erano regolate dalla corporazione dell’Arte della Lana.
La decadenza politica ed economica dell’Italia nel XVI° e del XVII° secolo segnò una caduta delle attività tessili che si ripresero negli ultimi anni del Settecento con la produzione di berretti di maglia esportati nei mercati arabi.
Il passaggio dalla manifattura artigianale ai sistemi di produzione industriale si svolge nella seconda metà del 1800. L’introduzione nelle imprese pratesi di filatoi, garzi, cimatrici e calandre meccaniche ha avuto un primo trascinatore in Giovan Battista Mazzoni, un pratese geniale che dopo aver conseguito la laurea alla Normale di Pisa aveva perfezionato i suoi studi a Parigi.
Nuove spinte vennero dalle famiglie austriache Kossler e Mayer che nel 1887 scelsero Prato per impiantarvi quello che per tutti i pratesi sarebbe diventato “Il Fabbricone”.
Per circa mezzo secolo l’industria tessile locale approfitta delle commesse militari, dei dazi e delle politiche autarchiche per rafforzarsi e alla vigilia della seconda guerra mondiale è già un affermato centro tessile, anche se non ha le dimensioni delle grandi capitali del tessile italiano: Schio, Busto Arsizio, Biella, Como.
Il vero boom del distretto pratese inizia nel secondo dopoguerra, infatti tra il 1950 ed il 1981 il numero degli addetti tessili balza da 22.000 a 60.000 e questo avviene in un periodo in cui, in tutta Europa, il settore registra emorragie occupazionali traumatiche.
Per la sua capacità di andare controcorrente, agli inizi degli anni ’80 Prato viene indicato come l’archetipo di uno dei pilastri più originali del successo del made in Italy: i distretti industriali. Di fatto la brillante performance delle sue imprese sui mercati internazionali insinua i primi dubbi nel dibattito sulle prospettive del settore T&A che le teorie economiche assegnavano frettolosamente a paesi con costi dei fattori diversi.
Già dalla metà del Novecento, presso l’Istituto Tecnico Industriale Tullio Buzzi – la scuola che dalla fine dell’Ottocento ad oggi ha formato generazioni di tecnici tessili e imprenditori pratesi – diversi professori, tra cui si ricordano in particolare Giuseppe e Carlo Ponzecchi, si dedicano alla raccolta di testimonianze della produzione tessile e a coltivare nei giovani studenti l’interesse nei confronti della tradizione antica.
Nasce nel 1975 il Museo del Tessuto di Prato, con sede presso l’Istituto Tecnico Industriale Tullio Buzzi, grazie alla donazione di un importantissimo nucleo di tessuti antichi da parte dell’imprenditore Loriano Bertini, che si va ad aggiungere alle testimonianze raccolte negli anni dai professori della scuola.
Nel corso degli anni le collezioni hanno visto un notevole incremento del loro volume grazie allo sforzo fattivo dell’Associazione Ex Allievi dell’Istituto Buzzi e di altre importanti istituzioni.Prato,Toscana,Doumentario rai ,1967,come eravamo,distretto,tessile,anni 60,storia ,personaggi,telai,cenci,Gabriele D'Annunzio,Curzio Malaparte,miracolo pratese,Marco Datini,
Ma soltanto nel 2003 viene inaugurata la sede definitiva del Museo presso la ex fabbrica Campolmi, gioiello di archeologia industriale tessile del XIX secolo, alla presenza dell’allora Presidente della Camera dei Deputati, on. Pierferdinando Casini.
Il museo conserva un patrimonio cospicuo e molto eterogeneo, esposto in sei aree tematiche (area di familiarizzazione, sala storica, antica caldaia, sala Prato Città Tessile, sala dei tessuti contemporanei, sala delle mostre temporanee).
Il percorso illustra alcuni momenti significativi della storia che lega il territorio alla produzione tessile, laniera in particolare, dal Medioevo fino al XX secolo.
La prima sezione documenta la produzione del panno in epoca medievale attraverso materiale iconografico e documentario. La terra di Galceti, il fiume Bisenzio e la canalizzazione dell’acqua attraverso il sistema delle gore sono alcune caratteristiche del territorio che hanno facilitato l’inizio dell’attività tessile. Un significativo esempio della ripresa produttiva avvenuta nel Settecento, dopo le restrizioni imposte dai Granduchi di Toscana, è rappresentato dai cosiddetti “berretti alla levantina” (fez) visibili in diversi esemplari. Il telaio Jacquard, introdotto nel territorio pratese da Giovanbattista Mazzoni nella prima metà dell’Ottocento, segna un primo passo verso la meccanizzazione del settore.
L’evoluzione della produzione tra il 1850 e il 1950 è presentata attraverso una varietà di materiali che illustrano da un lato il prodotto tessile prevalente sul territorio, il cardato in lana rigenerata, dall’altro i mutamenti organizzativi, sociali e produttivi.
Dalla Seconda Guerra Mondiale in poi il percorso documenta il frenetico ritmo che ha permesso la strutturazione e la crescita del distretto tessile industriale attuale.
Il criterio espositivo scelto per quasi tutte le sezioni del Museo prevede una rotazione periodica degli oggetti. Questa particolarità – oltre ad offrire un museo che rinnova continuamente i suoi contenuti – trae origine da un lato dalle particolari esigenze conservative dei reperti tessili antichi, dall’altro dall’aggiornamento continuo a cui è sottoposta la sezione contemporanea.
La parte del museo più suggestiva è la sala in cui è situata l’antica caldaia a vapore, che originariamente forniva il vapore e l’energia necessaria alle lavorazioni tessili della cimatoria Campolmi.
Il primo impianto a vapore all’interno della fabbrica risale al 1892, pochi anni prima della costruzione della ciminiera in mattoni ancora visibile nel cortile. Questo impianto era costituito da due caldaie “Nivilli”, tipo “Cornovaglia” che furono sostituite nel 1925 da un impianto Breda tipo “Humbdolt”. Quest’ultimo, modificato negli anni ’50 per l’impiego di olio pesante come combustibile liquido, è quello attualmente conservato nei locali del museo.
Nonostante oggi si possa apprezzare solo in parte l’aspetto originale di questa struttura, essa risulta comunque una testimonianza rilevante per comprendere la complessità dei sistemi di distribuzione dell’energia all’interno delle fabbriche nel periodo dell’industrializzazione e, allo stesso tempo, trasmette la memoria della fabbrica come luogo di lavoro.
Inoltre è interessante la familiarizzazione col tessuto, perché, che sia frutto della tradizione artigianale o della tecnologia più avanzata, è un prodotto estremamente complesso e di difficile lettura per chi non sia uno specialista del settore.
Quest’area è stata creata per introdurre i visitatori non esperti ai materiali ed alle principali fasi della produzione tessile, grazie ad una analisi graduale del tessuto e ad un approccio diretto e facilmente comprensibile.
Il percorso presenta la filiera tessile, attraverso una serie di pannelli esplicativi corredati da immagini ed oggetti. La sezione si apre con una panoramica sulle principali fibre tessili, per proseguire con il ciclo di lavorazione dei tessuti (filatura, tessitura e tintura) ovvero la trasformazione della materia prima in prodotto finito.
La possibilità di toccare i materiali in esposizione e di sperimentare alcune fasi di lavorazione garantisce una partecipazione attiva e divertente.

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MEDIOEVO FATTI & PERSONAGGI : Il Mistero di Bianca Malaspina tra storia e leggenda

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Fosdinovo, terra di confine tra Toscana e Liguria, vanta un magnifico castello abbarbicato sulla roccia regno da secoli della famiglia Malaspina. Proprio al Castello di Fosdinovo, qualche anno fa, sono state ritrovate i resti di ossa che si sono rivelate appartenere a un essere umano, probabilmente una donna, e a due animali di specie diversa.Questa scoperta ha delle strane coincidenze con quella che a Fosdinovo credevano fosse soltanto una leggenda: la storia di Bianca Maria Aloisia.

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Vissuta a metà del XIII secolo, Bianca è una giovane Malaspina che, noncurante del suo blasone, s’innamora dello stalliere del castello. L’amore dei due giovani è fatto di incontri clandestini, ma si rivela profondo e sincero. Immaginate la loro reazione quando il padre, potente signore di Fosdinovo, annuncia a Bianca che è stata promessa in sposa a un cavaliere dei dintorni.
La ragazza si oppone con tutte le sue forze e dichiara amore eterno allo stalliere, ma il padre non può accettare un tale disonore e la fa rinchiudere a vita monastica nel vicino convento.Al convento la ragazza continua ad avere appuntamenti clandestini con lo stalliere e, secondo una versione della vicenda, in uno di questi rimane incinta. Un’altra versione dice semplicemente che si rifiuta di prendere i voti.In ogni caso, è allontanata dal convento e rispedita al castello.Bianca è diventata lo scandalo sulla bocca di tutti: nobili e popolani non fanno altro che parlare di lei. La famiglia Malaspina, ferita nell’orgoglio, decide di mettere a tacere la questione nel modo più crudele.
Il giovane stalliere è ucciso tra mille tormenti e a Bianca non va meglio.
Trascinata nelle segrete del castello, è torturata con ferri arroventati e macchine diaboliche che le torcono gli arti. Le viene chiesto di pentirsi e di accettare la clausura, ma la giovane allo stremo delle forze mantiene ferma la sua volontà e non rinnega il suo amore.Accecato dall’odio, il padre la condanna infine alla peggiore delle pene.
Alcune guardie la rimettono in piedi e la costringono a camminare per lunghi corridoi fino a una piccola stanza buia. Lì legano la ragazza con una catena che le permette di fare solo qualche passo e, mattone su mattone, la murano viva.
Bianca morirà nel buio dei sotterranei, ma non da sola.
Con lei il padre rinchiude un cinghiale, simbolo della ribellione alle regole della famiglia, e un cane, simbolo del suo amore fedele.
Storia o leggenda?

Sembrerebbe solo una leggenda di morte e umana barbarità, ma allora a chi appartengono quei resti ritrovati nel castello? Quelle ossa umane miste a ossa animali sono solo una coincidenza? E c’è dell’altro, un particolare inquietante visibile a tutti.Sul soffito di una delle tante sale del maniero dei Malaspina, esattamente nella sala del trono si può vedere una macchia bianca di umidità che ha le sembianze di un volto di donna avvolta da altre due macchie nere che a ben guardare mostrano un cane e un cinghiale.

Il Fantasma della Marchesa di Fosdinovo 

le credenze popolari ci dicono che ancora oggi si racconta che nelle notti di luna piena, il suo spirito, vaga per il castello con una veste bianca ed i capelli lunghissimi sciolti sulle spalle. A confermare la veridicità della storia, sembra che negli ultimi scavi effettuati per ristrutturare i sotterranei del castello, in un locale segreto siano state ritrovate delle ossa, appartenenti molto probabilmente, ad una fanciulla e a due animali.Il fantasma della marchesina, attira ogni anno l’attenzione di molte persone, in quanto periodicamente televisioni e studiosi di fenomeni paranormali, sono attratti nel castello per la ricerca di qualche scoop. Tutto ciò è attratto in particolar modo da una macchia bianca in una delle sale del castello, che sembrerebbe rappresentare una figura femminile insieme ad un cane e ad un cinghiale e in modo particolare da un filmato, dove si vede chiaramente una figura scura attraversare la stanza da muro a muro come se fosse sospesa dal vento

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 Per tre giorni consecutivi, da 7 al 9 marzo 2011, il team di ricerca della Associazione culturale “Dal tramonto all’alba”, ha condotto una serie di analisi tecniche nel castello di Fosdinovo.

Proprio quel castello è fonte di diverse storie inquietanti legate a un fantasma di una donna uccisa dal padre per essere scappata con uno stalliere. Il gruppo di ricerca si è prefissato come obiettivo principale la verifica dell’autenticità di una simile storia. Noi vi abbiamo assistito, fin dal primo giorno, per riportare a livello di cronaca passo dopo passo gli sviluppi. Quello che si è evidenziato fin dal primo momento, è la serietà e l’obbiettività del gruppo, spinto da un interesse concreto verso la verità delle cose, anziché, come nel caso di altri gruppi di indagine sul paranormale, dallo spasmodico desiderio di qualcosa di sensazionale tanto per finire sui giornali. Nella prima fase gli sforzi si sono subito concentrati su dei volti rimasti impressi nel soffitto. Stiamo parlando di strane immagini che raffigurano una ragazza, un uomo e due animali. Il tecnico termografico ha voluto controllare stanza per stanza le varie perdite e infiltrazioni di acqua che potrebbero essere una delle cause spiegabili di aloni e macchie nel soffitto. Tutte le possibilità dovevano essere prese in considerazione proprio per evitare errori di valutazioni e prese di posizione sbagliate. Lo stesso tecnico è molto chiaro spiegandoci: “bisogna assolutamente fare un lavoro impeccabile. Un lavoro che non porti a varie interpretazioni ma sia oggettivamente chiaro”. Nelle ore successive la priorità, dunque, è stata data proprio alle analisi termografiche condotte sulla parete. La strumentazione non si può certo dire che non sia stata degna di un ottimo istituto di ricerca. Le altre fasi sono altrettanto impegnative e faticose: stiamo parlando di molte ore preparative senza sosta per dedicare successivamente più tempo possibile alla ricerca. Con l’ aiuto di due sensitivi (ne parleremo più accuratamente) vengono individuate le stanze dove pare verificarsi più anomalie. Il fine consiste nel controllarle con telecamere e altre strumentazioni di registrazione dati. Viene allestita poi una zona operativa nella sala degli affreschi, una salone suggestivo dove si raccontano le vicende di Dante Alighieri. Da cronista ho cercato di vedere tutto sotto l’ ottica del puro osservatore senza farmi condizionare da una atmosfera certamente suggestiva su un obiettivo, quello della dimostrazione della vita dopo la morte, che ha fatto gola a milioni di persone nel corso dei secoli. Devo annotare un avvenimento accaduto nella prima fase della visita al castell: Stavamo facendo un sopralluogo nella camera da letto dei marchesi quando ad un certo punto la medium comincia a sentirsi stremata. Decide, insieme al resto del gruppo, di allontanarsi dalla stanza. Rimaniamo solo io e un tecnico del gruppo, Giuseppe, che nel frattempo aveva posizionato un rilevatore di interferenze elettromagnetiche. Ad un certo punto, proprio l’indicatore cominciava a segnalare picchi massimi. Perfino la strumentazione termica indicava sbalzi di temperatura impressionanti, tutto nel giro di circa due minuti. Pare non ci siano state nel momento interferenze legate a qualche agente spiegabile. Con la strumentazione non si entra nel mondo della incertezza o della soggettività, ma già in una constatazione puramente empirica e quindi dedita alla scienza. Ripeto, da osservatore che si trovava nel posto per lavoro, ho trovato l ‘avvenimento interessante e degno di essere approfondito.

Pier Paolo Santi Jr

 

Accadde Oggi : Hiroshima 6 agosto 1945 – ore 8.15.17 l’Apocalisse Atomico

QUESTI I PRIMI SINTETICI COMUNICATI STAMPA CHE INORRIDIRONO IL MONDO

 “Washington, 6 agosto – Il presidente Truman ha annunciato oggi che sedici ore fa aerei americani hanno sganciato sulla base giapponese di Hiroshima il più grande tipo di bombe finora usate nella guerra, la “bomba atomica”, più potente di ventimila tonnellate di alto esplosivo. Truman ha aggiunto:Con questa bomba noi abbiamo ora raggiunto una gigantesca forza di distruzione, che servirà ad aumentare la crescente potenza delle forze armate. Stiamo ora producendo bombe di questo tipo, e produrremo in seguito bombe anche più potenti
(Comunic.Ansa, 6 agosto 1945, ore 20,45)

 

 Hiroshima.jpg” Guam, 8 Agosto – Il corrispondente della Reuter da Guam riferisce le impressioni del testimone oculare del lancio della prima bomba atomica. Il colonnello Paul V. Tibbits, pilota della “superfortezza volante” che ha sganciato su Hiroshina la bomba atomica, ha dichiarato; “E’ difficile credere a quello che vedemmo. Sganciammo la bomba alle 9.35 precise (ora giapponese) e ci allontanammo al più presto possibile dall’obiettivo per evitare gli effetti dell’esplosione. Si levò una tremenda colonna di fumo che fece scomparire completamente alla vista Hiroshima”.
Al ritorno dalla sua missione il colonnello Tibbits è stato decorato”.

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6 agosto 1945 – Hiroshima conosce l’inferno

Era un lunedi mattina quello del 6 agosto 1945. Il cielo era chiaro e sereno. L’allarme aereo delle 0:25 era terminato alle 2:10. La gente era tornata a dormire quando alle 7:09 un altro allarme aereo la sveglio’. Un semplice aereo da ricognizione americano ad alta quota e quindi fine allarme alle 7:31. Nessuno immaginava il motivo per la ricognizione e che pochi minuti dopo il rapporto sulle condizioni metereologiche a Hiroshima verranno notificate al colonnello Tibbets, gia’ in rotta per il Giappone a bordo della Enola Gay. La gente usciva dai propri rifugi per una rapida colazione e per poi avviarsi al lavoro

.”Rapporto dai quartieri generali del distretto militare di Chugoku! Tre grandi aerei nemici avanzano da Saijo…

                                                                                                                                                    8:15 del 6 agosto 1945 –

  la prima bomba atomica usata contro il genere umano esplode sopra la citta’ di Hiroshima.

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I raids aerei americani avevano gia’ devastato una gran parte delle maggiori citta’ giapponesi. In preparazione a tale eventualita’, la citta’ di Hiroshima si organizzo’ nel preparare zone da cui operare lo spegnimento dei fuochi. A questo scopo fu neccessario demolire un gran numero di edifici.
Il 6 agosto, squadre composte principalmente da veterani, corpi di volotariato della citta’ e dei dintorni, corpi studenteschi (seconda e terza media inferiore), la maggior parte di 12 o 13 anni, bambini e bambine delle classi maggiori delle scuole elementari si preparavano per questi lavori di demolizione.
La maggior parte degli studenti della terza classe delle medie inferiori mobilizzati per lavori in ambito militare furono risparmiati da quete attivita’ perche’ il loro posto di lavoro era fuori citta’ o in periferia. Coloro che erano impegnati nella demolizione di edifici erano situati in citta’ e all’aperto. Dei circa 8.400 bambini impegnati quel giorno, circa 6.300 vennero uccisi dalla bomba.
La bomba atomica esplose a circa 580 metri di altezza creando una palla di fuoco che abbagliava come un piccolo sole. Piu’ di un milione di gradi Celsius al suo centro e le superfici vicine all’epicentro salivano a 3.000-4.000 gradi.
Calore, polvere radioattiva che si espandeva in ogni direzione e lo sbalzo di pressione. Questi tre fattori interagivano tra di loro infliggendo tremendi danni.
Il danno inflitto dalla bomba atomica era caratterizzato da istantanea distruzione, sterminio di massa indiscriminato e radiazione. I danni provocati dalle radiazioni saranno motivi di sofferenze per decenni in avvenire.
Si presume che circa 350.000 persone erano a Hiroshima durante l’esplosione. Questi numeri includono cittadini, personale militare e persone delle vicinanze mobilitate al lavoro di demolizione. Inclusi anche persone della Corea e del Taiwan che in quel periodo erano in pratica colonie giapponesi. Alcuni di quest’ultimi erano stati portati con la forza a Hiroshima per lavorare. Altri stranieri presenti in numero limitato erano studenti cinesi e del sud-est Asia nonche’ prigionieri di guerra americani.
Il numero esatto di vittime non e’ noto. Diverse stime furono fatte. La citta’ di Hiroshima stimava alla fine di dicembre 140.000 (+/- 10.000) vittime del bombardamento.
Da un articolo di Homer Bigard del 2 settembre 1945 (4 settimane dopo l’esplosione) per il New York Tribune si legge che 53.000 erano i morti, 30.000 i dispersi e presumabilmente morti, 13.960 i feriti gravi e 43.000 i feriti.

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 .La prima impressione nelle menti dei superstiti era che vi fu un’enorme squadra di aerei che volava ad alta quota e che ha sganciato migliaia di bombe incendiarie. Ancora oggi (2 settembre 1945) molti si rifiutano di credere che un’unica bomba spazzo’ via una citta’. (1)Siccome la bomba esplose in vicinanza del centro della citta’ e l’85% degli edifici si trovavano entro 3 km. dall’epicentro, l’intera citta’ fu danneggiata e oltre il 90% delle costruzioni crollarono o bruciarono.Il professore Shogo Nagaoka, il primo curatore del Peace Memorial di Hiroshima, concluse che almeno 200.000 morirono a causa del bombardamento atomico. Queste cifre sono confermate da altri studiosi quali Naomi Shohno e K. Sakuma.22 delle vittime erano prigionieri di guerra tra cui diverse donne. Questo fu rivelato da un giornale giapponese nel luglio del 1970 da Hiroshi Yanagida, un ufficiale della Kempeitai (polizia militare). In tutto vi erano 23 prigionieri ma un giovane soldato che riusci ad uscire dalle macerie ancora vivo venne ucciso da superstiti inferociti. – Vicino al castello di Hiroshima quattro uomini si facevano strada tra le strade in fiamme con un grande portrait dell’imperatore. Sono riusciti a salvarlo dall’inferno “Centro di Comunicazioni del secondo quartier generale” e cercavano di portarlo al sicuro fuori citta’. Alla vista dell’immagine superstiti sanguinanti e con bruciature salutarono o si inchinavano. Coloro che non riuscivano a stare sulle proprie gambe univano le mani in preghiera. Soldati feriti in attesa di aiuto scattarono sull’attenti mentre il battello si allontanava portando al sicuro l’immagine dell’imperatore.     Due giorni dopo il bombardamento atomico, citando il rifiuto di accettare la dichiarazione di Potsdam, l’Unione Sovietica dichiaro’ guerra al Giappone. Il comissario agli Esteri Molotov consegnava all’ambasciatore Sato la notifica. Il 9 agosto gli Stati Uniti sganciarono la seconda bomba atomica sulla citta’ di Nagasaki uccidendo tra 35.000 e 40.000 esseri umani.    

 

Accadde Oggi : 5 Agosto 1796 Battaglia di Castiglione – Napoleone Bonaparte e la campagna D’Italia

 

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La battaglia di Castiglione, in alcuni testi anche definita battaglia di Medole o battaglia del Monte Medolano, si svolse nei territori di Castiglione delle Stiviere, Medole e Solferino, il 5 agosto 1796, tra le forze francesi del giovane generale Napoleone Bonaparte e quelle del generale austriaco Dagobert von Würmser durante la campagna d’Italia. La battaglia, conclusa con la netta vittoria dell’Armata d’Italia, fu il primo grande successo campale del generale Bonaparte; per le caratteristiche strategiche della manovra ideata dal comandante francese e per la sua condotta tattica sul campo di battaglia, rappresenta la prima dimostrazione pratica della dottrina di guerra napoleonica.

GLI SHIERAMENTI

Lo scontro, che ebbe luogo nella piana posta tra Castiglione delle Stiviere, Medole e Solferino, denominata Campo di Medole, vide protagonisti 25.000 austriaci comandati dal generale Würmser e 21.000 francesi comandati da Bonaparte, che aumentarono nel corso della battaglia, fino a raggiungere la cifra di 30.000 uomini. Pur inferiori numericamente, gli austriaci erano attestati su posizioni dominanti e con truppe fresche e bene equipaggiate.La concentrazione dell’armata francese si svolse a partire dalla sera 31 luglio e si protrasse fino alla sera del 4 agosto, anche punteggiata di scontri minori a Lonato, Salò e Desenzano del Garda. Per questo motivo, alcuni storici riuniscono questi combattimenti con la battaglia di Castiglione, spesso definiti campagna dei cinque giorni.Nello scontro decisivo, la linea dello schieramento austriaco si estendeva da Solferino sino al Monte Medolano, dov’erano stati posizionati 12 pezzi d’artiglieria, a difesa di una forte ridotta, che rappresentava il punto estremo dell’ala sinistra. Lo schieramento francese copriva una linea parallela nella pianura a Sud-Est di Castiglione delle Stiviere, distante circa tre chilometri da quella austriaca, in attesa di essere raggiunta dalle divisioni Despinoy, proveniente da Brescia, e Sérurier, proveniente da Marcaria.Lo scopo dei francesi era di infrangere la difesa del Quadrilatero, mentre gli austriaci avevano scelto di schierarsi sulla linea Solferino-Medole allo scopo di bloccare l’avanzata francese e dare il tempo alle retrovie di riorganizzare le difese alle fortezze di Peschiera e Mantova.Il compito delle forze austriache era, dunque, piuttosto semplice: sistemarsi in posizione ottimale per resistere il più a lungo possibile con le minori perdite possibili, per poi ritirarsi nella fortezza di Mantova o Peschiera, contemplando l’eventualità di un attacco solamente se si fosse presentata una situazione particolarmente favorevole.

Dagobert Sigmund von Würmser (1724-1797) incisione dal XIX secolo.     Dagobert Sigmund von Würmser (1724-1797) incisione dal XIX secolo. Feldmaresciallo austriaco durante le guerre rivoluzionarie francesi. Principalmente ricordato per la sua infruttuosi operazioni contro Napoleone Bonaparte durante la campagna del 1796 in Italia. Pubblicato in Archivio Fotografico - 8510565
 La tattica di Augereau    La teoria tattica francese venne messa a punto da Bonaparte e Augereau, su proposta di quest’ultimo, la mattina del 4 agosto. L’idea era di trarre in inganno gli austriaci con un finto attacco al centro dello schieramento nemico per poi retrocedere e volontariamente esporsi ad un facile contrattacco che desse a Würmser la concreta possibilità di rompere lo schieramento francese in due tronconi. Il puntuale arrivo da Brescia della divisione Despinoy avrebbe creato il nuovo centro dello schieramento francese le cui ali sarebbero state formate dai due tronconi fintamente separati e già attestati su posizioni laterali prestabilite: Massena alla sinistra e Augereau alla destra. Il sopraggiungere da Guidizzolo della divisione Sérurier, avrebbe preso gli austriaci alle spalle, determinando la chiusura “a tenaglia”. 

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Il generale Pierre Augereau, tra i protagonisti della vittoria, durante l’Impero venne premiato con il titolo di “duca di Castiglione”.

                                                                                   Napoleone Bonaparte

 

I dubbi di Napoleone  

La tattica di Augereau era intelligente ed efficace, ma non semplice da attuare, data la necessità che le tre componenti francesi agissero con assoluto tempismo; una qualità assai difficoltosa per la lentezza delle comunicazioni dell’epoca e per l’approssimativa misurazione del tempo in assenza di orologi. La sera che precedette la battaglia, quando gli ordini erano già stati inviati, Napoleone sollevò forti perplessità sulla riuscita del piano concordato e manifestò l’intenzione di ritirare tutta l’armata oltre il Po. Augereau si oppose con fermezza e tra i due nacque una discussione che sfociò in un violento alterco. Forte del suo prestigio militare e delle brillanti vittorie conseguite nei giorni precedenti, Augereau riuscì tacitare le comprensibili esitazioni di Napoleone che, per la prima volta, si trovava a dirigere una battaglia campale di importanti dimensioni.

Svolgimento della battaglia                                                           

Alle prime luci dell’alba del 5 agosto 1796, secondo il piano, alcuni reparti delle divisioni di Massena e Augereau, eseguirono un attacco centrale allo schieramento austriaco, sorprendendo Würmser sia per l’audacia sia per l’inattesa mancanza di determinazione delle truppe francesi che agivano con scarso coordinamento e si ritiravano disordinatamente, esponendosi alla reazione austriaca. Vista la ghiotta occasione, Würmser diede ordine di prepararsi al contrattacco.Nel frattempo, la divisione francese Despinoy aveva oltrepassato Montichiari e due demi-brigade d’avanguardia, agli ordini del colonnello Leclerc, si apprestavano ad entrare in Castiglione, con perfetto tempismo.Tutto procedette secondo le previsioni di Augereau fino alle ore 7 del mattino, quando si udirono numerosi colpi di cannone, provenienti da Guidizzolo.Pascal_Antoine_Fiorella.jpg L’imprevisto era stato determinato da una fortissima febbre che aveva colpito il generale Sérurier, la sera precedente, e che lo aveva costretto a cedere il comando della divisione all’animoso generale còrsoFiorella. Questi, impaziente di misurarsi con il nemico, non aveva saputo attendere il momento adatto ed era giunto con troppo anticipo, mandando all’aria il piano preordinato. Würmser fermò immediatamente il contrattacco e dispose lo spostamento della seconda linea nei pressi di San Cassiano, per intercettare la divisione Sérurier. Campagna_Italia_1.jpg

 

Il genio militare di Napoleone

 

Anche Napoleone aveva intuito l’errore di Fiorella e, dimostrando una capacità di ragionamento ed improvvisazione non comuni, diramò subito una serie di ordini che dimostrarono quanto avesse chiara la situazione generale e come avesse deciso di trasformare una difficoltà imprevista in una occasione favorevole, anticipando le mosse del nemico. Mentre la seconda linea austriaca muoveva per schierarsi a San Cassiano, Bonaparte ordinò alla divisione Despinoy di unirsi alla divisione Massena ed attaccare l’ala destra del nemico. Immediatamente e senza attendere conferme, egli stesso comandò un imprevedibile attacco all’estrema ala sinistra, lanciandosi a conquistare la ridotta del Monte Medolano con ingenti forze. Egli aveva capito che, quando la seconda linea austriaca avesse effettuato il dispiegamento a San Cassiano, il Monte Medolano non avrebbe più rappresentato l’estrema ala sinistra, ma la cerniera tra i due schieramenti austriaci. Conquistare il Monte Medolano avrebbe gravemente compromessa la tenuta di tutta la linea di schieramento austriaca, le cui forze si sarebbero presto trovate troppo sbilanciate a destra. L’attacco alla ridotta del Monte Medolano, chiave di volta della battaglia, venne preceduto da un forsennato fuoco d’artiglieria, operato dalle batterie ippotrainate agli ordini del colonnello Marmont e, quasi contemporaneamente, il generale Verdier lanciò verso le pedici della collinetta, tre battaglioni di granatieri, mentre i cacciatori a cavallo di Beaumont investirono lo squadrone di Ulani, prontamente intervenuti. Verso le ore 9, il Monte Medolano era saldamente in mano francese. Per tentare di porre freno ad un’avanzata che non sapeva quanto consistente, Würmser comandò il ripiegamento della sua ala sinistra e, pochi minuti più tardi, l’ala destra era investita congiuntamente dalle divisioni Messena e Despinoy. Subito veniva disposta la formazione di una seconda linea di resistenza a destra che indebolì ulteriormente la parte centrale dello schieramento austriaco, tempestivamente attaccata e sfondata dalla divisione Augereau.

La ritirata di Würmser 

                                                                                                   Diviso in tre tronconi, al corpo d’armata austriaco non rimase che ripiegare su Peschiera, Valeggio e Roverbella, lasciando 2.000 uomini sul campo, oltre a 1.000 prigionieri. Lo stesso Würmser sfuggì faticosamente alla cattura.Non appena gli austriaci iniziarono la ritirata, Napoleone comandò alla cavalleria ed alla fanteria leggera un immediato inseguimento a distanza ravvicinata. Lo scopo non era quello di colpire il nemico, ma di costringerlo ad una fuga precipitosa e disordinata, in modo di fargli abbandonare grandi quantità di materiale bellico di cui l’esercito austriaco era ben fornito e che rappresentava la principale carenza di quello francese. La manovra ebbe l’effetto di guadagnare una ventina di cannoni, 150 carri di munizioni, oltre a vettovaglie e vario equipaggiamento. 1801_Antoine-Jean_Gros_-_Bonaparte_on_the_Bridge_at_Arcole.jpg

La battaglia non fu decisiva, ma viene considerata dagli storici la più importante per le sorti della Campagna d’Italia. Gli effetti benefici per lo schieramento francese furono molteplici, a cominciare dall’entusiasmo scatenato per una simile vittoria, al miglioramento del livello di equipaggiamento e armamento e, non ultimo, alla conquista di buona parte della fertile pianura padana che avrebbe consentito di trascorrere l’autunno e l’inverno senza gli stenti e le inumane privazioni sopportate nei mesi precedenti. Soprattutto il prestigio militare di Napoleone risultò enormemente aumentato, sia nella considerazione della truppa, sia in quella dei suoi generali, ai quali aveva dimostrato di saper sfruttare positivamente persino i loro errori.

Accadde Oggi : 4 Agosto 1901 nasce Louis Armstrong il Re della musica Jazz

Louis Armstrong è nato il 4agosto del 1901. Trombettista jazz, è stato definito il re della musica jazz nonchè il massimo esponente. 

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Louis Armstrong noto anche con il soprannome di Satchmo o Pops, ebbe un’infanzia travagliata in quanto i genitori si separarono prima della sua nascita e lui fu affidato alla nonna materna perchè la madre si prostituiva. Le sue giornate trascorrono in bilico fra l’emarginazione e la delinquenza anche se, fortunatamente, un grande interesse nasce dentro di lui, un antidoto capace di allontanarlo da pericolose deviazioni e nello stesso tempo di “sollevarlo” da quello squallido ambiente della musica. Armstrong venne rinchiuso in riformatorio a causa del suo continuo stare per strada, ma qui trova il modo di far musica infatti, entra a far parte prima del coro dell’istituto e successivamente della banda, dove inizia suonando il tamburo e prende anche le prime lezioni di cornetta. Il merito è tutto del suo maestro, Peter Davis, che gli dà l’opportunità di studiare la tromba. La banda dell’istituto è molto amata dagli abitanti e gira le strade suonando melodie in voga all’epoca come la celeberrima “When the Saints Go Marchin’in” che, recuperata parecchi anni dopo, diventerà uno dei suoi cavalli di battaglia. Una volta uscito dal riformatorio, inizia a frequentare pub e locali nella speranza che gli si presenti la possibilità di suonare in qualche orchestra. In uno di questi vagabondaggi serali incontra Joe Oliver, considerato il miglio cornettista di New Orleans, chiamato “King Oliver, e tra i due si instaura un ottimo rapporto, tanto è vero che Oliver, in procinto di trasferirsi, chiede a Kid Ory, altro celebre trombettista del jazz, di essere sostituito proprio da Louis. Ma nel novembre del 1918, incentivato dal lavoro sui “riverboats”, i battelli che navigavano sul fiume Mississippi. Armstrong impara a decifrare le partiture, diventando in questo modo un musicista completo e nel 1922 si trasferisce a Chicago, lasciando una New Orleans che, gradualmente, “corrompeva” sempre di più il suo gusto musicale, fino a rispolverare un vetusto e annacquato folclore. 

Louis Armstrong viene ingaggiato da King Oliver nella sua “Creole Jazz Band“, nella quale ha la possibilità di proporsi come solista e di far spiccare l’estremo virtuosismo che ormai ha acquistato con il suo strumento e, infatti, opinione comune di appassionati e storici, affermare che “Satchmo” avesse inventiva, fantasia ritmica e melodica, unite ad un’impressionante volume sonoro e ad un’inconfondibile timbro. Il 1924 fu un anno particolarmente importante per Satchmo perchè si sposa e lascia l’orchestra di Oliver ed entra nella big Band di Fletcher Henderson, un colosso del jazz che disponeva di una delle migliori orchestre del tempo, zeppa di solisti di pregio. Come riprova del salto di qualità, Armostrong ha l’opportunità di incidere brani con Sidney Bechet, Bassie Smith e molti altri. Successivamente decide di intraprendere la carriera da solista. Registra “Hot Fives and Hot Sevens” trasformando così il jazz in una delle più alte espressioni della musica, con la sua tromba chiara e brillante e la sua voce sporca pescata direttamente dal fondo della gola. Iniziò così la sua brillante carriera con un susseguirsi di successi, all’ombra però di alcune voci critiche che denunciano limiti e scadimenti del fenomeno Armstrong. Louis viene addirittura accusato di essere uno zio Tom a causa dell’ambiguità verso i fratelli neri. Ma proprio per la sua presenza carismatica contribuisce a rompere ogni barriera razziale diventando una delle prime star di colore nella musica. La sua vita, oltre ai concerti dal vivo e alle tournée, si arricchisce di collaborazioni , e comincia anche ad aprirsi al cinema, apparendo in alcune pellicole. Louis Armstrong, diventato un’icona della musica ma sopratutto della musica jazz, era diventato l’ambasciatore del jazz nel mondo, ma ha anche prestato la sua immagine ad una serie di eventi assai discutibili sul piano artistico. In quella fase della sua carriera il Maestro non era più in grado di prendere decisioni autonome ma si faceva “gestire” da funzionari senza troppi scrupoli. Il re del jazz muore il 6 luglio 1971 nella sua casa nel Queens a New York.2cf20e200ca2c770a044a65b100b0636.jpg

Durante la sua lunga carriera ha suonato e cantato con molti cantanti e musicisti famosi, tra cui Jimmie Rodgers, Bing Crosby, Duke Ellington, Fletcher Henderson, Bessie Smith, e soprattutto Ella Fitzgerald. La sua influenza su Bing Crosby è particolarmente importante: quest’ultimo ammirava e imitava Armstrong, come si può vedere in molte registrazioni, e in particolare nella canzone Just One More Chance del 1931. Il New Grove Dictionary Of Jazz evidenzia proprio questa influenza che Crosby ha ricevuto da Armstrong e descrive anche il suo modo di cantare, molto simile a quello del Satchmo. Armstrong registrò tre album con Ella Fitzgerald: Ella and Louis, Ella and Louis Again, e Porgy and Bess for Verve Records con sessioni in collaborazione con il trio di Oscar Peterson e con il batterista Buddy Rich. Le sue registrazioni Satch Plays Fats, Fats Waller, e Louis Armstrong Plays W.C. Handy degli anni cinquanta sono probabilmente tra le sue ultime opere più creative, ma anche stranezze come Disney Songs the Satchmo Way possono rientrare nella categoria. Anche la sua partecipazione al musical The Real Ambassadors di Dave Brubeck è stata applaudita. Per gran parte dello show, tuttavia, le sue esibizioni sono state criticate e definite “troppo semplici” o “ripetitive”.

Le hits e gli ultimi anni .

 Tra le canzoni più conosciute di Armstrong ricordiamo: What a Wonderful World, Stardust, When the Saints Go Marching In, Dream a Little Dream of Me, Ain’t Misbehavin’ e Stompin’ at the Savoy. Nel 1964, Armstrong spodestò i Beatles dalla prima posizione della Billboard Top 100 con Hello, Dolly, la quale diede al trombettista 63enne il record per essere l’artista più anziano ad avere una canzone in prima posizione. La sua canzone Bout Time del 1964 venne inclusa nel film Bewitched (2005). Armstrong si esibì anche in Italia al Festival di Sanremo 1968, dove cantò Mi va di cantare[26] in abbinamento alla sua amica di origini eritree Lara Saint Paul. Nel febbraio del 1968 apparve inoltre con la sua amica in uno show della Rai, dove si esibì con la canzone “Grassa e Bella”, che cantò in italiano. Sempre in Italia incise in lingua italiana un 45 della CDI, Company Discografica Italiana, Dimmi, Dimmi (Alberto Testa – Virgilio Panzuti – Pier Quinto Cariaggi); poiché si trattava di un italiano storpiato nella copertina stamparono la dicitura ‘.. Scusatemi se la mia pronuncia non è perfetta ma so che voi mi volete e che al vecchio Zio Satchmo perdonerete volentieri! Con tanto affetto’. Nel 1968, Armstrong fece un’ultima hit nel Regno Unito, con la meravigliosa canzone What a Wonderful World, la quale rimase al top delle classifiche inglesi per un mese; tuttavia, il singolo non divenne del tutto famoso in America. La canzone venne utilizzata nel film Good Morning, Vietnam nel 1987 e scalò nuovamente molte classifiche in tutto il mondo. Armstrong apparve inoltre nello show di Johnny Cash il 28 ottobre 1970, dove cantò la hit Rambling Rose di Nat King Cole. La sua ultima incisione fu We Have All the Time in the World per la colonna sonora della serie di James Bond Al servizio segreto di Sua Maestà. Composta da John Barry la canzone ottenne un successo postumo.

Accadde Oggi : 3 Agosto 1958 – Il Nautilus Primo sommergibile Atomico Raggiunge il Polo Nord

USS Nautilus (SSN-571)

Il 3 agosto 1958 il sottomarino Nautilus con i 116 uomini dell’ equipaggio e il comandante Anderson si immerse sotto la calotta ghiacciata del Polo Nord per riemergere il 5 agosto, dopo 1830 miglia e 96 ore di immersione, nel Greenland Sea.Questa incredibile impresa significhera molto per la scienza ma avra risvolti notevoli anche sul piano militare. Il Nautilus verra messo in disarmo solo nel 1980 dopo centinaia di migliaia di chilometri e migliaia di immersioni.

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  La sua costruzione venne autorizzata dal Congresso nel luglio del 1951 e i lavori ebbero inizio il 14 giugno1952 presso i cantieri navali della General Electric a Groton (Connecticut).Il 21 Gennaio del 1954,  veniva varato a Groton nello stato americano del Connecticut il primo sommergibile atomico della storia chiamato, e non a caso, Nautilus. Ed infatti, come il fantascientifico sottomarino uscito dalla fantasia di Jules Verne, anche questo che per l’epoca era un avveniristico mezzo marino è passato alla storia per aver compiuto un’impresa eccezionale.
Nel 1958, tre anni dopo il varo, il Nautilus attraversava in immersione la banchina ghiacciata dell’artico. La nuova tecnica di propulsione nucleare adottata ,infatti, rendeva possibile una prolungata immersione al contrario di quello che accadeva con i sommergibili tradizionali che avevano bisogno di riemergere e navigare in superficie con i motori diesel per ricaricare le batterie che alimentavano i motori elettrici.
Questa nuova tecnica venne realizzata grazie ad un idea di un poco noto capitano di marina, un certo Hyman Rickover , che convinse il governo dell’importanza del progetto in quei tempi di guerra fredda tra Usa ed Urss.
Le nuove macchine sottomarine,infatti, potendo essere usate come base di lancio per missili nucleari e potendo essere posizionate in prossimita delle coste nemiche, offrivano un abbondante vantaggio sull’avversario.
Detto questo pero bisogna precisare che il Nautilus non partecipo a nessuna azione di guerra e divenne famoso solo per quella formidabile impresa che dicevamo all’inizio.

La carriera del sottomarino si concluse nella primavera del 1979, quando venne ritirato dal servizio. Nel 1982 venne deciso il recuperò dell’unità come “pietra miliare” di interesse storico nel campo della propulsione nucleare, e l’11 aprile1986 il sottomarino entrò a far parte dello U.S Navy Submarine Force Museum localizzato sul fiume Thames a Groton.

 

 

 

Misteri della Storia : L’uomo di Tullend e di Grauballe Danimarca

L’UOMO DI TOLLUND —-DANIMARCA Il mistero degli abitanti delle paludi

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 L’8 Maggio 1950 alcuni operai impegnati a scavare torba nella regione paludosa di Tollund rinvennero fortuitamente la salma di un uomo il cui impressionante stato di conservazione e la vivacità dei tratti somatici fecero loro pensare ad una vittima di un delitto recente tanto da avvertire immediatamente le autorità giudiziarie. Fu tuttavia presto evidente la antichità del cadavere così ben conservato all’interno degli strati di torba che ne avevano presentato l’integrità, ed una successiva indagine osteologica non ebbe difficoltà a farne risalire il decesso all’incirca al primo secolo a.C., nel pieno dell’età del ferro, epoca a cui risalgono pressappoco i circa 1.300 corpi che le paludi dello Jutland hanno finora restituito. L’individuo, di sesso maschile e di età adulta, giace sul fianco destro, con le gambe lievemente piegate ed è vestito esclusivamente da una cintura e da un cappuccio di cuoio. La barba rasata e i capelli corti incorniciano un volto dalla mimica perfettamente intatta, serenamente adagiato in quello che potrebbe essere uno stato di profondo torpore, mentre al collo è ancora visibile lo strumento con cui fu giustiziato: una corda da impiccagione o da strangolamento. Successive e più approfondite indagini di paleopatologia condotte sul contenuto dello stomaco e dell’apparato digerente hanno contribuito a fornire nuovi elementi agli studiosi che sono concordi nel collocare la morte dell’uomo verso la fine dell’inverno o all’inizio della primavera: nel tritello di cereali che costituì l’ultimo pasto del malcapitato, infatti, accanto ai resti di tredici piante tra cui orzo, avena e miglio, ranuncolo ed erba leporina, non compaiono i frutti o le bacche dell’estate e dell’autunno. Le circostanze che condussero all’esecuzione dell’uomo di Tollund non possono essere, ovviamente, accertate con sicurezza, ma esistono buone possibilità di fornire ipotesi più che attendibili.

tollund.jpg                              Da centinaia di anni contadini di tutto il nord Europa estraevano torba dalle paludi che veniva poi usata come combustibile.
Durante questo periodo le paludi avevano restituito alcuni di questi resti macabri.
In certi casi le ossa erano scomparse per decalcificazione, ed erano rimasti solo la pelle e le viscere.Di solito questi corpi venivano frettolosamente risepolti nella torba o sepolti in terra consacrata.
Dopo la
Seconda Guerra Mondiale vennero riconosciuti come resti umani risalenti all’antichità.Da allora sono entrati in campo gli archeologi che li hanno studiati molto più attentamente.con i metodi moderni di datazione basati sull’analisi pollinica o le tecniche del Carbonio 14, collocano la maggioranza di questi corpi delle paludi in un periodo di tempo che va dal 100 a.C. al 500 d.C. circa.
I reperti danesi sono quelli più numerosi e meglio documentati, soprattutto quelli dello Jutland settentrionale e centrale.
Sono compresi l’uomo di Tollund e il suo vicino, l’uomo di Grauballe, dissotterrato nel 1952 in una palude diciassette chilometri più ad est. Anche l’uomo di Granballe era stato ucciso, la gola era stata squarciata quasi da un orecchio all’altro, e il cranio fratturato.
Il corpo rivelava altre ferite, alcune delle quali potevano essere state inferte dopo la morte.Questi segni di violenza sono riscontrabili, in molti corpi ritrovati nelle paludi: impiccagione, strangolamento, taglio della gola, randellate o decapitazione.
Unica eccezione una ragazza di quattordici anni trovata nella Germania del Nord.
Gli archeologi ritengono che sia sta affogata nell’acqua poco profonda della palude, dopo essere stata bendata.Un’importante scoperta del XIX secolo fu quella del corpo di una donna di circa cinquant’anni, che probabilmente era stata sepolta viva in una torbiera dello Jutland.Delle grandi forcelle di legno, fortemente premute sulle ginocchia e sui gomiti, avevano fissato il corpo alla torba sottostante.Orizzontalmente venero posati dei grossi rami trasversalmente al corpo ed erano stati assicurati con forcelle piantate nella torba.L’espressione della morta era “disperata”.
Cosa significano queste raccapriccianti scoperte?
Autopsie complete, analisi di laboratorio ed esami ai raggi X sono stati eseguiti.
Le condizioni delle mani indicavano che non erano sottoposti a lavori manuali.
In entrambi i casi il contenuto dello stomaco, rivelava che l’ultimo pasto era una specie di pappa fatta con cereali vari e semi di fiori di campo.
Questo fa pensare che i due uomini siano stati uccisi durante l’inverno o all’inizio della primavera..Questo confermerebbe la teoria di Glob, secondo la quale quegli uomini non furono giustiziati perché criminali, ma come vittime sacrificali ad una dea nordica della fertilità, in occasione di riti celebrati per affrettare l’arrivo della primavera.
Era in tale occasioni, che nell’età del Ferro, i sacrifici umani giungevano al culmine.MA sappiamo anche dalla narrazione di Tacido (Germania XII) che potrebbero essere pene piu’ comuni inflitte in giudizio da i Germani  cosi’ si esprimeva in un documento dell’epoca : Tacito (Germ. XII), nel narrare delle pene più comuni inflitte in giudizio tra i Germani così si esprime: …Proditores et transfugas arboribus sospendunt, ignavos et imbelles et corpore infames caeno ac palude iniecta insuper crate mergunt. (“appiccano agli alberi i traditori e i disertori, i codardi, gli ignavi, i peccatori contro natura affogano nel fango delle paludi, gettandovi sopra graticci.). Nell’esecuzione dell’uomo di Tollund assistiamo appunto, almeno apparentemente, alla combinazione di queste due pene, che Tacito, da buon romano, vede connesse esclusivamente con l’esecuzione giudiziaria e ritiene peraltro motivate da una sorta di logica interna ( o- se si vuole- da una sorta di legge del contrappasso): così, infatti, prosegue il passo succitato: Diversitas supplicii illuc respicit, tamquam scelera ostendi oporteat dum puniuntur, flagitia ascondi. (“la diversità del castigo si ispira a questo loro pensiero, che i delitti debbono punirsi alla luce del sole, le vergogne occultarsi.”). La motivazione della metodologia dell’esecuzione, però, risiede nel suo essere parte di un culto divino e di un cerimoniale ben preciso, come Tacito stesso mostra di comprendere nel capitolo XXXIX a proposito dei Semnoni e del macabro rito che si svolge nella loro selva, ammettendo la natura rituale e sacrificale dell’uccisione del malcapitato. Procopio (Bell. Goth. II, 14-15) conferma l’impiego di prigionieri come vittime sacrificali presso le popolazioni di stirpe gota. Le saghe nordiche, però, indicano chiaramente che le vittime sacrificali non erano reclutate solamente tra delinquenti comuni e prigionieri di guerra: era spesso la stessa divinità dedicataria dell’offerta ad indicare l’individuo da lui preferito e spesso la scelta cadeva sui più nobili guerrieri se non addirittura sullo stesso capo tribù. Solo in epoca più tarda, quando il sacrificio stava perdendo gradatamente di importanza, le vittime furono in massima parte condannati a morte per crimini di natura sociale o ostaggi di guerra. La metodica dell’omicidio sacrificale, dunque, appare, in ultima analisi, necessariamente connessa con un’offerta della vittima alla divinità tramite un rituale dalle regole rigidamente prestabilite. L’impiccagione, ad esempio, conduce chiaramente al culto di Odino che è il “Dio degli impiccati”, il “signore della forca” o, ancora più semplicemente, Hangi, l'”impiccato”. avendo lui stesso – come è narrato nell’Hávamál (138-145)- penzolato dalla forca per nove giorni e nove notti per acquisire la sapienza runica. Pur essendo sovrano di tutti i defunti, allora, Odino usa intrattenersi presso le forche e colloquiare con gli impiccati che, in modo più o meno spontaneo, gli comunicano la sapienza dei morti che lui, da immortale, non può sperimentare personalmente fino all’apocalisse di Ragnarök. E’ logico dunque, come testimoniano diverse saghe, che le vittime sacrificali destinate ad Odino subiscano lo stesso trattamento, anche se non si deve credere che l’impiccagione fosse l’unico rituale ammesso per il sacrificio: secondo il racconto di Adamo di Brema, nel tempio di Uppsala le vittime venivano lasciate penzolare dai rami degli alberi che circondavano il santuario oppure venivano annegate nel pozzo sacro e abbiamo notizie di vittime lasciate bruciare vive nelle loro case. Alcune delle salme venute recentemente alla luce dalle paludi presentano una ferita al costato che da un lato richiama ancora più da vicino l’episodio del mito di Odino appena citato (anche il Dio si ferì con la sua stessa lancia mentre penzolava dal'”albero senza radici”), dall’altro può far supporre che le vittime fossero prima impiccate e ferite con la lancia e solo in un secondo tempo affogate nelle paludi: proprio ciò che sembra sia accaduto all’uomo di Tollund. Questi uomini restano la muta testimonianza delle oscure usanze di un’era lontana.  o per legge o per rituale sono morti e probabilmente  si porteranno  dietro  il mistero  e la causa del perche’ .

L’uomo di Grauballe

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L’Uomo di Grauballe è la mummia di palude attualmente meglio conservata al mondo.Il corpo fu ritrovato il 26 aprile 1952, in una palude vicino al villaggio di Grauballe nello Jutland centrale, in Danimarca, da un cercatore di torba. Vicino al corpo non furono ritrovati né gioielli né vestiti.

La mummia è molto ben conservata, con unghie e capelli molto evidenti. Anche le dita sono in buone condizioni, tanto da poterne ottenere le impronte digitali. Barba, capelli e pelle sono ottimamente conservati, ma i colori sono stati alterati dal tempo e dall’immersione prolungata nella palude.

 

La morte dell’Uomo di Grauballe è riconducibile al taglio della gola, anche se il cadavere presenta fratture al cranio ed alla gamba. Il perché della sua uccisione non è noto. Come per altre mummie di palude, si pensa che sia stato sacrificato o che sia stato vittima di una esecuzione a causa di qualche reato compiuto.La datazione col carbonio 14 ha stabilito che la morte risale al 290 a.C. circa. Moderni test hanno messo in evidenza molti particolari sull’Uomo di Grauballe, come ad esempio il suo ultimo pasto o il fatto che, quando era in vita, si stesse ammalando di gotta. Pare comunque si trattasse di un uomo di circa 30 anni in buona salute fisica.L’Uomo di Grauballe è attualmente esposto al Moesgård Museum di Århus, in Danimarca.

 

Accadde Oggi : 2 Agosto 216 a.C. Battaglia di Canne: Annibale genio Cartaginese

 

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Battaglia di Canne 216 a.C.                                 La battaglia di Canne fu la più grande battaglia della seconda guerra punica ed è considerata tuttora un capolavoro dell’arte militare, il più riuscito esempio di manovra di accerchiamento compiuta da un esercito numericamente inferiore agli avversari.

Annibale avanza su Roma

Anticipando i Romani che si preparavano a un’offensiva in Africa e in Spagna, Annibale con un imponente esercito di 26 mila uomini, rafforzato dalle eccellenti truppe spagnole ben allenate alla disciplina militare dalle dure campagne condotte nella penisola iberica e da più di trenta elefanti da guerra, passò l’Ebro, superò i Pirenei e si diresse verso le Alpi. Eludendo gli eserciti romani che cercarono di intercettarlo a Marsiglia, varcò le Alpi in appena quindici giorni, probabilmente attraverso il Gran San Bernardo, il Moncenisio e il passo Clapier, con una marcia massacrante in cui andarono perduti uomini e animali, ma riscuotendo l’immediato sostegno dei Boi e degli Insubri. Nell’autunno del 218 a.C. si presentava nella pianura padana portando la guerra nei territori romani di più recente acquisizione.In dicembre gli elefanti di Annibale (che non sopravvissero all’inverno) misero in fuga, prima sul Ticino e poi sulla Trebbia, le legioni dei consoli Publio Cornelio Scipione (padre del futuro “Africano”) e di Tiberio Sempronio Longo, mentre I’esercito cartaginese aumentava di numero per l’apporto dei Galli che accorrevano ad arruolarsi nelle sue file.

 Dopo l’inverno del 217 a.C. passato nell’Italia settentrionale, I’esercito cartaginese ruppe le difese dei valichi appenninici e marciò su Perugia, inseguito lungo la sponda del lago Trasimeno dalle legioni del console Gaio Flaminio. Annibale attaccò di sorpresa le truppe del console e le annientò la mattina del 22 giugno, lo stesso Flaminio fu tra le vittime, poi sbaragliò la cavalleria del secondo console, Gneo Servilio, che giunse in ritardo sul campo.L’esercito cartaginese, ora, minacciava direttamente Roma. Vedendosi in pericolo il Senato soppresse le magistrature ordinarie e nominò dittatore Quinto Fabio Massimo che evitò ogni scontro decisivo con i Cartaginesi, preferendo una tattica di contenimento e di logoramento e quindi accontentandosi di infastidire il nemico e di rendergli impossibile l’approvvigionamento.Nel 216 a.C., scaduto il suo mandato, il potere fu restituito ai consoli. Furono eletti Lucio Emilio Paolo e Gaio Terenzio Varrone. I due nuovi consoli, per non lasciare ancora a lungo il territorio degli alleati italici in balia dell’esercito cartaginese, decisero di attaccare Annibale in Apulia, dove Varrone diede battaglia campale presso il villaggio di Canne. La sconfitta che i Romani subirono a Canne fu tremenda,la più grave che la storia della Repubblica registri

 Gli eserciti

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Secondo la descrizione fatta dallo storico Polibio (205-115/120 a.C.) una legione comprendeva 4.200 fanti e 300 cavalieri.

 La fanteria era composta da 1.200 hastati, da 1.200 principes e da 600 triarii tutti divisi in 10 manipoli; i restanti 1.200 uomini, i più poveri e i giovanissimi, formavano la fanteria leggera dei velites, distribuita tra i vari manipoli. La cavalleria era organizzata in 10 reparti di 30 cavalieri. Al comando della legione stavano sei tribuni che rispondevano direttamente al console.

 A fianco delle legioni romane si schieravano spesso contingenti di alleati, soprattutto latini e italici, organizzati nella stessa maniera ma con una cavalleria più numerosa, di 900 uomini divisi in 30 reparti. Il comando di queste truppe spettava a tre prefetti nominati dal console.

 La tecnica di combattimento adottata dalle legioni romane mutò sostanzialmente il sistema tattico del mondo mediterraneo, da un secolo dominato dalla falange di tipo macedone o di tipo oplitico. La legione si distribuiva a scacchiera su tre ordini: il primo era formato dai manipoli degli hastati, intervallati da uno spazio pari a quello occupato da un manipolo; i vuoti erano coperti dai manipoli dei principes, che si schieravano sulla seconda linea; l’ultimo rango era costituito dai triarii, che coprivano gli intervalli lasciati dai manipoli di principes e che costituivano la riserva della legione. Durante le prime fasi della battaglia, davanti alla fanteria pesante prendevano posto i velites.

 


L’esercito cartaginese                                             annibale-la-battaglia-di-ca.jpg

 

 

 

 

 

 

 

 

 I Cartaginesi erano mercanti accorti, tutti dediti ai loro traffici e alle loro attività. Ritenevano quindi inutile e controproducente dedicarsi personalmente alla pratica delle armi quando potevano reclutare in abbondanza truppe mercenarie tra le popolazioni soggette al loro dominio.

Nel periodo della seconda guerra punica le aree di reclutamento furono I’entroterra africano, da cui provenivano i famosi cavalieri leggeri numidi e la fanteria pesante libo-fenicia, e i territori coloniali iberici, che fornivano agli eserciti cartaginesi un’agguerrita fanteria medio-leggera e una buona cavalleria.Secondo lo storico Polibio, Annibale si presentò in Italia con 12.000 fanti africani e 8.000 fanti spagnoli, 6.000 cavalieri tra Numidi e Iberici e più di 30 elefanti.

Le vittorie della Trebbia e del Ticino fecero accorrere nel suo esercito i Galli della pianura padana, spinti dall’odio verso Roma e dalla brama di saccheggio; molti Italici del centro-sud si unirono ad Annibale dopo la vittoria del Trasimeno. Con questo esercito, costituito da popoli diversi che avevano differenti tradizioni militari ma organizzati e ordinati dal genio di Annibale, il Cartaginese tenne in scacco per anni la potenza di Roma.ave che la storia della Repubblica registri.

 Le forze in campo e gli schieramenti a Canne  

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L’esercito romano si era accampato sulle due rive del fiume, a circa tre miglia dal villaggio di Canne, nei cui pressi Annibale aveva posto il campo.Di fronte ai Romani e sotto il comando del genio militare di Annibale stava I’esercito cartaginese, composto da contingenti di vari popoli, costituito da 35.000 fanti tra cui i 10.000 veterani africani, e da 10.000 eccellenti cavalieri numidi, celti e iberici.

L’armata romana a Canne era forte di otto legioni romane più altrettante alleate e di due ali di cavalleria, per un totale di circa 80.000 fanti e 6.000 cavalieri; al loro comando si alternavano giornalmente, secondo la consuetudine, i due consoli in carica: Gaio Terenzio Varrone e Lucio Emilio Paolo. Questo meccanismo creava non pochi problemi perché Varrone era impetuoso e inesperto, era ansioso di confrontarsi con Annibale, confidando nella superiorità dei propri numeri, quasi doppi rispetto a quelli nemici; invece Emilio Paolo era più navigato, era un “fabiano”, contrario a intraprendere azioni militari troppo aggressive e, per questo, più cauto.La forza e la compattezza dell’esercito nemico aveva consigliato al console Emilio Paolo la prudenza: le ferite della Trebbia e del Trasimeno erano ancora aperte e la Repubblica non avrebbe sopportato la perdita di un altro esercito. Perciò a Canne egli aveva stabilito due accampamenti: il principale più a nord sulla riva sinistra del fiume e l’altro, più piccolo di appoggio, sulla riva destra del fiume da dove controllare, in posizione di relativa sicurezza, le mosse di Annibale.

  Annibale fu molto abile ad attirare da questa parte del fiume i romani: collocò il campo dal lato sinistro del fiume per impedire che questi potessero penetrare verso il terreno collinoso più a sud, dove la sua cavalleria si sarebbe trovata a disagio, poi mostrò la sua volontà di combattere, ma nella pianura a destra del fiume. Con una serie di studiati espedienti spinse il più avventato dei due consoli a dare battaglia. Conosceva bene la natura dei due consoli e decise di sfruttare l’irruenza di Vrarrone nel giorno in cui questi aveva il comando, avendo anche immaginato la tattica che questi avrebbe scelta: quella di sfondare la linea cartaginese col puro peso dei numeri. Annibale varcò quindi con I’esercito il fiume e finse di portare l’attacco al campo sud dei Romani. Varrone, per mancanza di acume militare o forse per ambizione, non volle perdere l’occasione di dare battaglia campale e, contro il parere di Lucio Emilio Paolo, schierò I’esercito al completo.A Canne, accettando di combattere sul campo scelto da Annibale, i romani si trovarono in uno spazio comunque troppo stretto per schierare tutte le loro forze. Con la sottrazione di 10.000 uomini (due legioni) che attaccarono il campo di Annibale, circa 70.000 fanti: 55.000 pesanti e 15.000 leggeri, disposta su tre ranghi secondo il tradizionale ordine manipolare. Livio racconta che a Canne Varrone dispose le fanterie schierando i manipoli molto più vicini e con profondità maggiore. Anche Polibio, nei suoi scritti, conferma che i manipoli romani a Canne erano più fitti del solito e molto più profondi che larghi. In questo modo, però, s’impediva ai romani qualsiasi movimento. Non è chiaro quale fosse il motivo di questa scelta, probabilmente per esercitare una pressione fisica simile a quella degli opliti greci, anche se molti storici non concordano con questa ipotesi, tuttavia Polibio racconta che a Canne la prima linea di Annibale è costretta a ritirarsi perché “oppressa dalla massa”, e questo sembra confermare l’ipotesi. Ai fianchi si schierarono i due contingenti della cavalleria: alla destra, dalla parte del fiume, la cavalleria romana (2.400), alla sinistra quella degli alleati italici (3.600).

Per Annibale, viceversa, il campo era tutt’altro che limitato: ai fianchi degli schieramenti di fanteria si aprivano due ampi e comodi corridoi, nei quali la sua cavalleria avrebbe potuto manovrare agilmente. Inoltre giocavano a suo vantaggio il pendio leggero che avrebbe agevolato le cariche della sua cavalleria e il vento che soffiava da sud-est dalle spalle del suo schieramento buttando polvere negli occhi dei romani.
Conoscendo il modo di combattere dei romani e prevedendo la tattica che avrebbero utilizzato, Annibale sapeva che per avere una speranza di vincere a Canne avrebbe dovuto contenere la pressione delle massicce colonne legionarie per il tempo necessario a permettere che la sua cavalleria, superiore a quella romana, prendesse il nemico alle spalle.Divide dunque i veterani libici (10.000) in due unità ordinate in ranghi assai più profondi del consueto e li schiera agli estremi del suo centro ma in posizione alquanto arretrata, ad essa, come vedremo, spetterà un compito importante.
Dispone poi il resto delle fanterie pesanti (19.000), formato dai mercenari galli e dagli iberici, a formare un arco, la cui parte convessa è verso il nemico, assottigliando progressivamente i ranghi verso le estremità dello schieramento, dove, con il convergere dei nemici verso il centro, l’urto sarà meno violento e diretto. Occorre però che il centro, più forte e numeroso, arretri senza spezzarsi, deve resistere il più possibile alla pressione nemica e dare il tempo materiale per operare l’aggiramento. I tempi sono dettati e scanditi dall’azione della cavalleria, che deve sopraffare le ali nemiche per chiudere l’aggiramento. La cavalleria è disposta in maniera asimmetrica, un’ala più forte e numerosa alla sinistra, la cavalleria pesante gallica e iberica (6.500), e una di contenimento alla destra, la cavalleria leggera numida (3.500).
Lo schieramento è strettamente legato al piano di battaglia, è un unico meccanismo finalizzato alla distruzione dell’armata nemica. Come vedremo, ogni fase si svolse esattamente come egli aveva previsto.

 La battaglia di Canne

 

La battaglia di Canne si aprì con una serie di schermaglie della cavalleria: sulla sinistra romana, i cavalieri italici non riuscirono ad agganciare gli elusivi Numidi, mentre sulla destra fu la cavalleria celtica e iberica a caricare.La cavalleria pesante di Annibale a Canne compì un’azione non comune nella storia militare: fece ben tre cariche nell’arco della battaglia, dimostrando di essere non solo sotto controllo, ma eccezionalmente misurata nello sforzo. Innanzitutto sulla sua ala caricò la cavalleria romana che, stretta com’era tra il fiume e la fanteria che stava avanzando, cedette dandosi alla fuga.

 

Invece di mettersi all’inseguimento dei fuggitivi, si raccolse e, muovendo sul retro della fanteria romana che stava attaccando il centro avanzato dello schieramento cartaginese, con una seconda carica piombò addosso agli Italici ancora impegnati contro i Numidi. Nel frattempo il centro punico aveva già cominciato a indietreggiare lentamente, incalzato dalle pesanti colonne romane, sempre più compresse al centro a causa del progressivo convergere dei legionari all’istintiva ricerca di un contatto con il nemico.

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Con il ripiegare lento e continuo di galli e iberici, lo schieramento mantenne la forma ad arco ma passò dall’arco convesso iniziale ad un arco concavo. Era quello che Annibale attendeva e sperava. La fanteria romana si era spinta troppo avanti e, senza la protezione della cavalleria ormai in fuga, si trovò ai lati i veterani africani che chiusero la morsa, con perfetto sincronismo. Operarono un cambio di fronte e caricarono con forza portando scompiglio nelle serrate formazioni romane. La trappola di Canne è chiusa. La cavalleria pesante cartaginese, che aveva avuto la meglio sui cavalieri italici, assesta il colpo mortale ai romani caricandoli alle spalle. I Numidi, intanto, si gettavano ali’inseguimento dei nemici in fuga. La Nonostante la superiorità numerica, a Canne le legioni romane furono letteralmente fatte a pezzi.
La battaglia di Canne fu la peggiore disfatta della storia di Roma, cadde il console Emilio Paolo; cadde il console dell’anno precedente, Gneo Servilio; cadde l’ex maestro dei cavalieri Minucio Rufo; e con essi, tra la folla dei morti anonimi, perirono entrambi i questori, ventinove tribuni militari, cioè quasi tutta l’ufficialità legionaria, ottanta senatori e un numero imprecisato di cavalieri. La grande armata romana, inviata a Canne per distruggere l’esercito di Annibale, è stata annientata: anche ad accettare non le cifre, spaventose e forse eccessive di Polibio, che parla di ben 70.000 morti, ma quelle più contenute di Tito Livio, Roma lascia sul campo della battaglia di Canne 47.500 fanti e 2.700 cavalieri, mentre 19.000 sono i prigionieri. Solo a 15.000 dei suoi uomini è possibile fuggire, tra cui il console Terenzio Varrone, responsabile del disastroso piano di battaglia.
Annibale a Canne perse 6.000 Galli, 1.500 Spagnoli e Africani e 200 cavalieri: aveva ottenuto la più brillante vittoria della sua carriera di generale e si consacrava uno dei più grandi condottieri della storia.

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Misteri della Storia : LE GROTTE DI ANUBIS NELL’OKLAHOMA

La più grande scoperta di Gloria Farley di di Alberto Arecchi

verita sconvolgente?o un falso colossale? non sta’ a noi chiederselo ma alla archeologia e agli studiosi  chiarirlo. ma anche divulgare notizie certe su questi  veri o presunti ritrovamenti di cui cosi’ poco si sa’

Nel 1951, Gloria e Ray decisero di ritornare alla città d’origine per far crescere là i loro figli, Scott e Mark. Costruirono una nuova casa vicino alla casa natale di Gloria. In quell’anno ritornarono a vedere la “Roccia indiana” e lei la ribattezzò “La pietra delle rune di Heavener”. Era così ben protetta dagli elementi che le estremità appuntite delle rune non si erano neppure smussate. Lei scrisse la data “7 febbraio 1951” con una matita, su una zona liscia della pietra, e dopo sette anni la scritta era ancora visibile. Cominciò a cercare il significato di quei caratteri, chi li avesse fatti e quando, e intervistò parecchi vecchi residenti della zona, che le dissero che sulla Montagna Poteau c’erano state molte altre pietre incise. Purtroppo, però, la maggior parte erano state distrutte negli anni ’30 e ’40 con la dinamite, da cercatori di tesori.

Per vent’anni Gloria dedicò tutto il suo tempo libero alla ricerca di pietre lavorate, ma ne scoprì soltanto altre quattro. Trovò però altre pietre con caratteri che non erano rune, e con immagini dipinte (petroglifi). Registrò ogni ritrovamento con cura e conservò gli appunti sino al 1975, quando conobbe Barry Gell, dell’Università di Harvard, che era in grado di tradurre le scritte. Negli anni ’70 e ’80, nella sua ricerca di pietre lavorate estesa dal Vermont alla California, trovò venti diversi tipi di antiche scritture, che furono identificati e tradotti. Si trattava di tracce autografe, memorie, segnali di confine o istruzioni per chi fosse passato da quei luoghi.
Gloria andò venti volte in quella zona di grotte e nel Colorado sud–occidentale, per cercare altre tracce del passaggio di Egiziani, di Libici provenienti dal Nord Africa, di Iberi e di Celti che avevano lasciato le loro tracce nella roccia. Tra i petroglifi scoprì 34 figure di navi, diverse immagini di dei pagani e di cavalli, che essi avevano portato sin lì in tempi lontani. Trovò anche diversi oggetti, tra i quali sette monete di bronzo cartaginesi, una delle quali alla profondità d’un metro e mezzo.
Gloria Farley è stata per molti anni la principale corrispondente di Barry Fell e gli ha fornito ampio materiale di scoperte effettuate nelle zone del New Mexico, dell’Oklahoma e degli altri Stati Uniti centrali. La sua scoperta più importante, però, è stata quella delle Grotte di Anubis.
Nel 1968, un giornale dell’Oklahoma aveva pubblicato una notizia su una misteriosa grotta coperta di segni e figure. Dieci anni dopo, in un giorno di giugno del 1978, il gruppo di ricerca della Farley, guidato da un allevatore locale, andò a vedere un petroglifo d’un bufalo con le costole in evidenza, che si pensava raffigurasse un animale durante una carestia. Non sapevano ancora che quel tipo di rappresentazione era un carattere distintivo dell’arte celtica.

In quella zona trovarono cinque grotte. Tre pareti della prima erano letteralmente ricoperte di scritte e petroglifi. La figura più rilevante è un’immagine canina con orecchie a punta e folta coda, che indossa una corona e reca sulla schiena una specie di frusta col lungo manico, simile al flagello regale dell’antico Egitto. La corona si compone di due lunghi segni incurvati, come parentesi, ai lati delle orecchie, quasi congiunti alla cima. Il pastorale uncinato ed il flagello appaiono di solito incrociati sul petto del Faraone e del dio Osiride, come simboli d’autorità.
Inoltre, la Farley segnalò la presenza nella grotta sia di caratteri celtici (ogam), sia di scritte numidiche, una combinazione che si era trovata in altri due siti di quella zona con caratteristiche riferibili alla presenza degli Egizi.
Sulla parete, in alto a sinistra, c’era una figura antropomorfa con una corona raggiata, in piedi sopra un cubo: un Dio Sole. A sinistra, una finestra rotonda, intagliata nella pietra, dava accesso alla grotta numero tre. In quest’altra grotta c’era un’iscrizione ogam lunga più d’un metro, incisa sul muro di fondo. Quell’iscrizione si rivelò la chiave d’interpretazione per l’intero sito. Fell pubblicò la traduzione: “Il sole è per sei mesi a nord, per altri sei a sud, per un periodo dello stesso numero di mesi”.
La Farley identificò lo sciacallo con il dio egiziano Anubis, che apriva ai morti le strade dell’altro mondo. Egli è generalmente raffigurato come uno sciacallo nero dalla folta coda, oppure un uomo dalla pelle nera con la testa di sciacallo. Lo sciacallo è solitamente in posizione accosciato, con la testa alzata. L’Anubis dell’Oklahoma è molto simile ad un’immagine dipinta su un papiro del Nuovo Regno, databile al periodo 1580-1090 a.C., conservato presso la Biblioteca Nazionale di Parigi. Anubis appare molto magro, con le orecchie ritte e con un flagello sulla schiena.
Sulla stessa parete appariva la figura d’un dio solare, coronato, appoggiato su una specie di cubo. Oltre ai raggi della corona del Dio Sole, vi erano altri due simboli solari. Alla sinistra del Dio Sole (per chi guarda) appariva un arco raggiante, che fu chiamato “sole nascente” o “primo sole”. L’immagine raggiante, intorno alla testa del Dio Sole, fu detta “secondo sole”. Tra il Dio Sole e Anubis c’era un ampio semicerchio con molti raggi, il “sole al tramonto” o “terzo sole”.
Nella prima visita, il gruppo aveva visto due fori profondi nella parte bassa della parete. In seguito ci si accorse che essi erano gli occhi d’una figura d’elefante, incisa in linee leggere sotto altri segni verticali sovrapposti, come se si trovasse dietro delle sbarre, con le grandi orecchie, la tromba pendente, le gambe sottili, la pancia rigonfia, e la corta coda. La dimensione delle orecchie indicava che si trattava d’un elefante africano. L’immagine era fallica, come la figura d’Anubis. Un ippopotamo, in piedi dietro l’elefante, non fu riconosciuto subito.
Nel 1982, il gruppo della Farley, nel giorno dell’equinozio d’autunno, al tramonto, scoprì una serie di effetti d’ombra che si verificavano soltanto in quel particolare momento, due volte l’anno. Mentre l’ombra di un “puntatore” di roccia si spostava, certe parti della parete erano alternativamente illuminate o ritornavano nell’ombra. Il primo simbolo ad essere illuminato fu quello del Sole Nascente, a sinistra del Dio Sole. Poi fu illuminato lo stesso Dio Sole, quindi il suo corpo, dai piedi al collo, cadde nell’ombra, mentre il sole vero scendeva nel cielo d’occidente. Quando l’ultima immagine del sole toccò: la lontana mesa (altopiano) occidentale, la testa del Dio Sole era in luce. Allo stesso momento fu illuminato il grande Sole al tramonto. L’ombra dell’indicatore era intanto diventata spuntata e arrotondata e si spostava in alto, verso destra, verso il piccolo Sole Verticale a raggi.
Nell’istante del tramonto giunse il momento culminante e accaddero simultaneamente tre cose. L’ombra del pomo puntatore toccò esattamente la curva del Sole Verticale; la testa del Dio Sole, con la corona raggiata, entrò nell’ombra; e l’intera figura d’Anubis, coda inclusa, fu illuminata. Un secondo dopo, quando il sole era sceso sotto l’orizzonte della mesa, l’intera parete era in ombra. Lo spettacolo era terminato, per altri sei mesi. Gli allineamenti avvengono soltanto al tramonto più prossimo all’equinozio. Il giorno prima o il giorno dopo, l’indicatore non si sposta esattamente da un vertice all’altro del cubo, i simboli solari non cadono in luce o in ombra in modo significativo, e il puntatore non indica esattamente le linee del Sole Verticale. All’equinozio accade qualcosa anche nella terza grotta, dove altri giochi di luce e d’ombra accadono simultaneamente.

Una scritta in lingua numidica, da destra verso sinistra, comincia tra le gambe del Dio Sole. Le lettere “Ata Laila dayan Bel, yafida nantans”, che si traducono: “Celebrate al tramonto i riti di Bel, riuniti in adorazione in quel momento”. Ciò identifica il Dio Solare con il celtico Bel e non con l’egizio Râ. Per Gloria Farley e il suo gruppo, divenne chiaro che le grotte erano un luogo di riti sacri e di adorazione per gli antichi che vi incisero scritte e figure.
Il tema dell’adorazione di Bel è ulteriormente sviluppato nella quarta grotta. Quattro righe, tra le molte iscrizioni ogam di questa grotta, sono state tradotte da Fell come “Il sole appartiene a Bel. Questa caverna nei giorni d’equinozio serve a cantare le preghiere di Bel”.
Un componente del gruppo della Farley trovò una sedia in pietra naturale, o trono, in un angolo di questa grotta: un luogo ideale per il sacerdote di Bel per sedersi con lo sguardo rivolto verso occidente e cantare le preghiere a Bel, mentre il sole tramonta, nel giorno dell’equinozio.

Nel frattempo Gloria doveva occuparsi dei figli e del marito, rimasto invalido. Nel 1980, a 63 anni, Gloria si ritirò in pensione. Corse subito in Egitto a vedere dal vivo se l’immagine del Dio Anubis, che aveva scoperto in una grotta dell’Oklahoma, corrispondesse all’originale. Era autentica. Nel 1983, Gloria rimase vedova. Lavorò a stretto contatto con Barry Fell sino alla morte improvvisa di lui, nel 1994. Trascorse undici anni a scrivere un libro su tutte le sue scoperte e glie ne offrì una bozza, nove giorni prima che lui morisse, ottenendo la sua approvazione.
Il titolo del libro è:
G. FARLEY, In Plain Sight, Chelsea, Michigan, 1994, 491 pag., ricco d’illustrazioni.
Gloria Farley è morta nella sua casa il 17 marzo 2006.

Misteri della Storia – Antico Egitto le lampade Dendera

 

Le lampade di Dendera  un enigma non sciolto della storia

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 Le incisioni su un muro nel complesso monumentale di Dendera, in Egitto. Ad alcuni, questi strani disegni sembrano raffigurare oggetti comunemente utilizzati nella nostra epoca.Le raffigurazioni si trovano in una cripta sotterranea segreta, alla quale solo i più alti sacerdoti avevano accesso. La cripta è un posto molto angusto, con il soffitto molto basso e con una temperatura ambientale molto alta. Sulle pareti della cripta ci sono alcuni rilievi che sembrano rappresentare quelle che sembrano delle enormi lampade a filamento. Guardando le immagini e considerando l’oscurità della cripta, la domanda sorge spontanea: “Gli egizi come illuminavano l’interno delle loro tombe?”

Secondo l’archeologia tradizionale, gli antichi egizi usavano delle torce per illuminare le camere di tombe e templi. Eppure, sui soffitti non c’è la minima traccia di fuliggine o residui di fumo. Inoltre, all’interno di quelle tombe, non c’è ossigeno a sufficienza per alimentare la fiamma di una torcia. Ma se non usavano le torce, in che modo illuminavano i vani e i lunghi corridoi oscuri?

Un’altra teoria era che la luce del sole veniva direzionata dall’esterno con l’ausilio di specchi di rame. Alcuni archeologi provarono a riprodurre la tecnica proposta da questa teoria, ma purtroppo fallirono perché dopo pochi angoli la luce del sole si dissipava completamente, in quanto gli specchi di rame non erano in grado di riflettere pienamente la luce del sole.

E allora, come erano illuminati gli interni degli edifici egizi? L’unica soluzione a cui possiamo pensare è a una qualche fonte di luce artificiale, per esempio una lampadina ad incandescenza. Nella cripta sotterranea di Dendera, troviamo dei rilievi che raffigurano tali lampadine.

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Gli egittologi classici hanno dovuto trovare a tutti i costi una spiegazione, anche la più banale, alle raffigurazioni di Dendera. Secondo l’archeologia classica non è possibile che si tratti di dispositivi elettrici. Secondo questi studiosi, le raffigurazioni rappresentano un fior di loto e le linee che lo circondano e che sembrano dare forma ad una lampadina, in realtà rappresentano il profumo del fiore di loto. Paradossalmente, è più semplice la spiegazione che vuole che gli egizi avevano scoperto la corrente elettrica e avevano imparato uno dei modi possibili di utilizzarla.

Anche perchè il principio di funzionamento di una lampadina ad incandescenza non è così complicato come si crede: c’è bisogno di una corrente elettrica che attraversi un materiale metallico che, scaldandosi, emette una radiazione luminosa. Il filamento delle nostre lampadine è di tungsteno il quale, al passaggio delle corrente, si scalda fino a produrre una radiazione luminosa molto intensa.

La Descrizione Archeologica

 Le cosiddette lampade di Dendera sono dei bassorilievi con geroglifici scoperti dall’archeologo francese Auguste Mariette (Boulogne-sur-Mer, 11 febbraio 1821 – Bulaq, 18 gennaio 1881) nel 1857 a circa 70 km da Tebe, nel tempio di Dendera, situato nell’omonima località dell’Egitto, sulla riva occidentale del Nilo.Sotto il tempio vennero rinvenute ampie cripte che, ripulite dalla sabbia, mostrarono stanze con pareti ricoperte da lastre di pietra scolpite. Le stanze apparterrebbero al primo nucleo del tempio, risalente al XV secolo a.C., mentre l’attuale costruzione che ad esse si è sovrapposta è di epoca tolemaica e romana. Le lastre scolpite si riferiscono ad una decorazione della fase tolemaica.Negli anni settanta gran parte delle lastre vennero asportate per un furto e rimasero solo le pareti di una delle stanze. Qui si trovano raffigurati alcuni sacerdoti del tempio nell’atto di officiare riti intorno ad un oggetto, probabilmente un fiore di loto.

Interpretazioni dei bassorilievi 

Gli egittologi interpretano i bassorilievi come simbologia integrata nella mitologia egiziana: il serpente primordiale che nasce da un fiore di loto è un mito egizio conosciuto e anche il sostegno è un simbolo ricorrente nell’arte egiziana, collegato con Osiride e raffigurante la sua spina dorsale. La scena dovrebbe pertanto rappresentare la costruzione di due santuari primordiali. A questo stesso ambito riporta il significato dei geroglifici iscritti.

Le raffigurazioni sono invece state interpretate dai sostenitori della cosiddetta archeologia misteriosa o pseudoarcheologia come degli antichi tubi di Crookes, apparecchi in grado di emettere radiazioni (un dispositivo che venne inventato circa dieci anni dopo la pubblicazione dei disegni di Dendera da parte del suo scopritore Auguste Mariette). Il gambo del fiore di loto è stato interpretato come un cavo elettrico di alimentazione; un sostegno che rappresenta parte della colonna dorsale del dio Osiride verrebbe invece interpretato come un avvolgimento elettrico e dei serpenti raffigurerebbero le serpentine che si trovano all’interno dei tubi di Crookes. Infine, un dio tiene in mano due pugnali, e questo viene interpretato come un segnale di pericolo che si troverebbe proprio in corrispondenza del punto in cui dal tubo di Crookes escono i raggi X.